CARLO FINI PRESENTAZIONE – LIBRERIA MONDADORI Siena, 25 gennaio 2019

CARLO FINI

PRESENTAZIONE – LIBRERIA MONDADORI
Siena, 25 gennaio 2019

Evaristo Seghetta Andreoli può essere considerato uno tra i più significativi poeti dell’ultimo decennio. Nei suoi tre volumi più rappresentativi – “Morfologia del dolore” (Interlinea 2015), “Inquietudine da imperfezione” (Passigli 2015) e “Paradigma di esse” (Passigli 2017) – sono espressi i temi fondamentali della sua ricerca poetica.
Prima di dedicarmi in modo specifico alla presentazione di “Paradigma di esse”, vorrei sottolineare che si tratta di un poeta autentico, che si è proposto tardivamente all’attenzione critica, obbedendo a una particolarissima ritrosia, dovuta anche ad aspetti della sua biografia: nella vita, infatti, ha svolto un ruolo di dirigente bancario e, pur avendo coltivato sempre dentro di sé la vocazione della lirica, da non molto si è deciso a darla alle stampe.
Ho avuto l’opportunità di conoscerlo e di stimarlo fin dalla sua opera di esordio, “I semi del poeta “, seguita da “Inquietudine da imperfezione”, nella quale si avverte un timbro inconsueto di espressività – ricevendo qualificati riconoscimenti, tra i quali citiamo, a titolo esemplificativo, il Premio Firenze – Fiorino d’oro 2015, il Premio Giovanni Pascoli-Barga 2016 e il Premio Mario Luzi- Roma 2017 – giungendo poi alla silloge “Morfologia del dolore”.
In questi tre momenti di produzione artistica si apprezza un continuo elevarsi del tono e dello stile. Allo scavo interiore fa riscontro un linguaggio conciso ed essenziale ed una peculiare misura metrica che conferisce un ritmo armonioso alle sequenze poetiche.
Soffermiamoci allora su alcune sintetiche annotazioni riguardanti “Morfologia del dolore”, non senza sottolineare un aspetto centrale della silloge. Vi sono due temi dominanti: quello dell’amore e quello del dolore. L’amore, in Evaristo, è pervaso da un continuo sgomento: la perdita della donna amata che dà luogo a una lirica davvero fascinosa, che rievoca l’incontro in un albergo segreto e compiacente. Quando arriva il momento dell’addio, il poeta conclude con tenera disperazione: “Soffriamo così amore mio, / per tutto ciò che cambia / e per ciò che non può cambiare”.
Passiamo ora al tema del dolore, dello sconforto, della solitudine e dell’incertezza sul futuro. Tutto il suo percorso creativo deve essere letto anche sul filo di una prospettiva incerta, dove la luce si alterna alla tenebra, dove la gioia è sempre insidiata dalla disillusione. Alcune espressioni – anche ossimoriche – offrono alcuni illuminanti esempi: “l’avara prodigalità”, “liturgia della necessità”, “rettilineo della vita”, le “pietre colore del granchio”, i “labili sentieri della discontinuità”.
Si avverte nell’autore la presenza di una autentica cultura classica e, insieme, la viva conoscenza della poesia contemporanea, non solo italiana.
Siamo, perciò, al cospetto di una intonazione melodica molto personale, che si distingue, perciò, dalle mode del momento. I versi sono, di norma, brevi, sillabati, arricchiti da rime anche interne e densi di espressività: un ritmo continuo pervade le sequenze, rendendole ancor più intensamente musicali.
Quella che ho definito la “semplicità complessa” di Evaristo ci propone un modo autentico di canto. All’approfondimento interiore fa riscontro un linguaggio asciutto, chiaro ed emotivamente pervasivo, quasi che il poeta abbia trovato una via maestra per toccare il mondo e i sentimenti con originale e inconsueta misura.
L’altra raccolta, ”Inquietudine da imperfezione”, si presenta come una successione di poemetti che fanno da guida al libro. Sono passati in rassegna i dodici mesi dell’anno, con incisive rappresentazioni. Nel secondo capitoletto domina di nuovo l’eros, quel sentimento dal quale il poeta non riesce a staccarsi, tra ricordi gioiosi e profondi rimpianti.
Sogna di poter parlare con l’amata, nel cuore della notte e di “sussurrarle parole d’amore / anche una sola volta / una volta sola / perché come lei, / come te, / nessuna”.
Nelle ultime due parti del libro si ripropone la contesa tra dolore e serenità, fra un triste presente ed un ignoto futuro. In questo desolato stato d’animo il poeta si stupisce del mondo circostante, che continuamente cambia: “Riprendiamo il cammino antico / verso le scale di polvere e muschio. / Eppure c’era parso che il gallo cantasse / e la notte tornasse / non priva di stelle”.
A questo punto concentriamo la nostra prevalente attenzione sulla più recente silloge “Paradigma di esse”: ritengo di poterla considerare una creazione di notevole valore, con significative innovazioni sia per i temi dell’ispirazione che per il linguaggio poetico.
Vi si ritrovano le qualità presenti in “Inquietudine da imperfezione” ed in “Morfologia del dolore” più perspicue e calzanti. Permane nell’opera quel tono inconsueto di “semplicità complessa”, già messo in evidenza nelle precedenti prove.
In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità.
Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti ed in quelle del mondo. Ecco allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – il Tempo, lo Spazio e il Caos.
Nella prima sezione – intitolata “Sum” – incontriamo un testo davvero attraente, “Grondaie”, che cito integralmente per l’ampiezza del suo significato: “Conosco ad occhi chiusi / le grondaie lungo le vie: / le più sporgenti e quelle / meno resistenti a offrire riparo. / Mi destreggio in serpentine / evitando gli ultimi scrosci. // Ora perlustro l’anima / a verificare i danni, / dopo il temporale”.
Pieno di vera suggestione risulta “Il maggiolino”, che rievoca un rimpianto giovanile, ora divenuto realtà: “Sembra ancora quello / che da bambino non trattenni”.
Passando alla seconda sezione del libro, intitolata “Es”, si avverte subito un nuovo elemento che detta con energia la scrittura. Un sentimento d’amore – contrastato e deluso, ma sempre risorgente – che pervade liriche fra le più fascinose dell’intera raccolta.
Ecco che il volto dell’amata gli appare in tutto il suo variegato splendore: lo ammira e lo descrive con “vividi fiori della fantasia”; poi l’immagine scompare improvvisamente, “già svanita”.
In un altro passaggio il poeta, prima che giunga l’alba, torna a immaginare il volto di lei, in tutta la sua lucentezza: “Vorrei sognare di te, bella, / del tuo sorriso che sa di conchiglia, / di ciò che nel cielo più ti somiglia: / la luna, forse … / Di certo una stella”.
Questo veloce excursus ci porta alla terza sezione, che ha per titolo “Fui”. Anche qui svettano le liriche di memoria o di rimpianto, dedicate alla compagna, come avviene in “Io fui con te”: “Tra i fiori, la miniatura del tuo seno / che profumava il maggio …”.
Quando si avvicina la notte – come in “Oltre le pietre” – ecco i due innamorati seguire “Il profumo dei petali … Ed erano veri / i baci, gettate alle ortiche / le nostre fatiche, i pudori… / La regola infranta”.
Nella sezione conclusiva – “Esse”, richiamata anche nel titolo del volume – il poeta esprime più compiutamente la sua tristezza, lo sforzo di vivere giorno per giorno, evocando figurazioni esterne e non classificabili come il Tempo, il Caos, le trombe dell’Apocalisse, sempre indicati con l’iniziale maiuscola, per alludere alla loro centralità. Anche in questa parte del libro vi sono molte liriche intense ed incisive, come, per esempio, “La voce del presagio” e le tre composizioni de “Il colle dell’augure”; dove ogni auspicio è ininfluente, mentre si procede “Verso un luogo che non sarà / nemmeno un luogo, ma qualcosa / da niente, un quid fuori dalla mente”.
Molto intensa è la conclusione della lirica “Fine anno”, dove il Tempo divora ogni possibilità di dialogo: “Ma, impietoso il Tempo / non ricalca i suoi passi, / non dà scampo, / e le ore divorano / la bellezza degli occhi, / affondano l’anno, / ma non il rimpianto”.
Nell’ultima poesia che chiude la raccolta – “Aspettare” – di intenso dérèglement, però profondamente sentito dall’autore, si avverte una situazione di attesa per un incerto futuro: “Non ci rimane che aspettare / che passi questa notte / di buio assassino, / e il destino ci lasci da parte: / non ci afferri, non ci trascini via, / nel Caos del divenire”.
La speranza, come si può rilevare, appare lontana e quasi irraggiungibile, ma si profila, quasi inconsapevole, nel sentire più profondo.
In conclusione devo rilevare che questa raccolta segna un ulteriore e significativo progresso rispetto ai volumi precedentemente pubblicati.
Il verso, in apparenza così chiaro e nitido, risulta, ad una più attenta analisi, ricco di notevoli finezze innovative: rime interne, rime baciate, assonanze a volte persino con qualche voluta asprezza. Ma sempre, però, su una linea limpida e coerente: doti particolari – che non sono affatto comuni alle tendenze più in voga della poesia contemporanea – e che pongono Evaristo Seghetta Andreoli su un piano di originale innovazione.
Mi piace concludere questa mia presentazione con una pertinente citazione da Marcel Proust che certamente attrarrà l’attenzione dell’autore. “In questo mondo dove tutto si logora, dove tutto perisce, c’è una cosa che cade in rovina, che si distrugge ancora più completamente, lasciando ancor meno tracce che la Bellezza: è il Dolore”.

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