Ci si affida a questi versi

Ci si affida a questi versi

Febbraio 2018

… ci affidiamo ai versi/ dal sapore di miele/ e di vino nel nostro/ tempo assassino/ compagno del buio/ che fosco avanza…
Raccogliendo il gradito invito dell’amico Severino Saccardi mi trovo a tratteggiare il mio pensiero, a narrare la mia esperienza con la Poesia mi vengono in aiuto, in questo cammino, i versi che ho posto come premessa, pubblicati circa un mese fa su di un social, essi esprimono il mio stato d’animo di fronte alla nostra epoca in cui è dominante la precarietà del tutto, dove la relatività condiziona le nostre scelte e il nostro agire. È questo, un periodo storico in cui gli orizzonti sono brevi, il cielo incombe su di noi con una gravità insostenibile. Siamo figli del Novecento, ne abbiamo ereditato le contraddizioni, le tragedie, le grandi conquiste, pagate a peso di speranza e di serenità. La frantumazione dell’io ad opera della filosofia e della letteratura del secolo precedente Schopenhauer, Kierkegaard,Leopardi è ricaduta, di conseguenza, sulla poesia lasciando fratture riguardo lo stile e i contenuti, obbligando i poeti ad un cambiamento radicale i cui effetti sono ancora in piena evoluzione. Purtroppo le arti, come tutte le attività umane, subiscono un andamento sinusoidale: ci sono state epoche in cui la poesia era collocata ai vertici di tutte le arti, per poi scendere a livelli di preoccupante invisibilità, tanto che, oggi, ci si chiede se sia ancora necessaria o, peggio ancora, se sia viva. Per controbilanciare la realistica visione del fenomeno critico e a titolo di rinnovata speranza, riporto quanto scrive Giorgio Manacorda sulla poesia “…L’ipotesi è che la poesia sia davvero come l’aria, proprio come l’aria che respiriamo, la cosa più semplice e più preziosa, una cosa inafferrabile e necessaria, una cosa di cui si sente la mancanza solo quando non c’è…”.
Affidarsi ai versi, non a caso, anche se può non rappresentare una soluzione terapeutica, sicuramente facilita il superamento di fasi critiche più o meno durature dell’esistenza. Purtroppo da alcuni decenni la poesia manifesta una crisi evidente e inconfutabile anche a livello di offerta editoriale le cui cause sicuramente risiedono anche nel rapporto tra domanda e offerta. Se notate, le sempre più rare librerie italiane, gran parte in “franchising”, nascondono i volumi di poesia negli angoli più reconditi, negli scaffali meno visibili, persino negli antibagni, ad indicare gli insignificanti ritorni commerciali e la spietata legge di mercato. E’ questa una constatazione amara che evidenzia che chi legge ancora poesia fa parte di un numero molto esiguo di persone a cui mi onoro di appartenere; per contro, negli ultimi decenni, sempre più persone scrivono di poesia, tanto che solo in Italia si arriva addirittura a centinaia di migliaia di persone. Molte di queste tengono gelosamente segreti i loro scritti, mentre altri alimentano il mercato di case editrici che trasferiscono sui sedicenti poeti i costi dell’intera operazione editoriale. E’ ovvio, come riferiva tempo fa Elio Pecora che nel nostro paese i poeti che pubblicano gratuitamente si contano sulle dita di una mano, fortunati loro, ma le case editrici serie che assicurano una distribuzione capillare ed efficiente, sono pochissime e di difficile accesso. Così molti libri sono destinati a percentuali di vendita da prefisso telefonico e finiscono a marcire in qualche scantinato o vengono direttamente spediti al macero, come ci ricorda Umberto Eco ne “Il Pendolo di Foucault”. Diminuendo i fruitori di poesia trovo coraggioso se non temerario lo scriverne tenendo a monito quanto asseriva Benedetto Croce riguardo ai poeti : “Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini”. Sperando di non peccare di presunzione e di non rientrare nella seconda categoria dell’aforisma crociano mi definisco uno scrittore di versi, io reduce da un’esperienza professionale quarantennale in un ambiente in cui non c’era spazio alcuno per un linguaggio e per un tenore che non fosse rigidamente tecnico e assertivo, ho dovuto pragmaticamente piegare la mia mente alle esigenze contingenti, indispensabili al vivere, non ho mai rinunciato alla mia reale natura, ed oggi, libero da orpelli e lacciuoli, ho l’occasione per parlare di poetica, della poesia. Non si può fare a meno di portare alla luce la forza irrefrenabile che ribolle interiormente e che, a volte, appare per pochi istanti oppure permane latente tutta una vita. Ebbene le sensazioni che provo, hanno un “modus” del tutto singolare di manifestarsi, una lingua individuale che, quantomeno inizialmente, non sente la necessità dell’accoglimento o del gradimento altrui, non vuole ancora dotarsi di forma, è pura sostanza “in fieri”.
Si dà il caso che il lessico intimo, quello che precede la costruzione articolata di un concetto è esclusivamente un fatto personale, è il rapporto tra madre e nascituro, poiché, una volta costruito il verso mediante le parole, avviene una trasformazione a livello di percezione che si concretizza nel passaggio dal singolare al plurale, e lo si perde nella sua alienazione. Ho iniziato a scrivere poesie giovanili, come molti, poi sono seguiti tempi lunghi di totale silenzio. Interrompevo, a volte, queste fasi di astensione dalla poesia perché la vena della sorgente, come ogni vena che abbia liquido da far sgorgare, non poteva essere compressa e repressa, ma doveva affiorare in superficie. Così, di fronte a fatti che mi coinvolgevano fisicamente ed emotivamente, venivo alle prese con questa forza dominante. Cercavo di dare forma a questa energia e la vestivo di parole. Come un sarto cercavo di adattare il materiale che avevo a disposizione nei magazzini dell’esperienza e della conoscenza, a questa energia informe che mi dava pochissimo tempo per le misure e per i colori. D’altra parte, quella poesia parlava a me, solamente a me e non mi ponevo il problema dell’oggettivazione “ …altèra e nobile/ dal passo sicuro/ inaccessibile ai più/…” così scrivevo in Alla Poesia (da I semi del poeta – Polistampa 2013).
Ho esitato a lungo prima di convincermi che questa fosse la mia strada, distogliendo il pensiero dall’esigenza subliminale che comunque condizionava il mio essere. Lavoro, famiglia, passioni sportive, letture, le arti in genere, sono stati i miei indispensabili “diversivi” con cui involontariamente cercavo di allontanare questa mia tendenza in cui stentavo a riconoscermi ma in cui sprofondavo sempre più “…questi occhi che guardano lontano/ guardano il mondo in un modo strano/ in un modo direi del tutto mio… Questo sono io , da I semi del poeta. Un io che si rappresenta così…non so più parlare/né camminare/né lavorare,/so solo osservare…ed in questi versi è il punto di partenza della mia poetica osservo ed ascolto, seguo il ritmo del mio animo, scrivo, vesto il pensiero, con una musicalità di fondo di cui non conosco l’origine, ma la riconosco in quell’inesauribile giacimento che viene definito, “latu sensu” memoria, in quelle esperienze della prima infanzia che riaffiorano per un processo di proustiana recherche. La musica mi ha influenzato radicalmente, essa si è manifestata nella fase prerazionale, grazie ai canti sommessi di mia madre e la scansione delle parole che unite ad essa fertilizzavano la conoscenza. Andreoli era il suo cognome da me oggi associato, quale nom de plume, al mio vero nome per amore e riconoscenza. Poi, i canti gregoriani di mio zio parroco, uniti alle litanie monotone, corali e profonde delle funzioni religiose, retaggi di invocazioni latine se non etrusche, hanno contribuito ancor più a farmi tentare di percepire l’impercettibile. L’incontro con la poesia avvenne grazie a mio fratello, di quattordici anni più grande, quando leggeva ad alta voce Omero, Virgilio, Dante, e sebbene fossi in età prescolare, avvertivo che l’insieme del ritmo, degli accenti, dello scandire il tempo con il piede, creavano una magia di sensazioni da cui non potevo che rimanere affascinato. Poi i versi greci e latini di cui non potevo sapere nulla se non che fossero parole sconosciute ma cariche di musicalità nella loro esposizione. A posteriori posso affermare che chi mi ha guidato in questa mia inclinazione e nella lettura delle poesie è l’orecchio in quanto la musicalità è la mia ossessione, verso di essa ho una vera e propria devozione. Vennero gli anni delle scuola ed ebbi la fortuna di avere una maestra severa e sensibile che alimentò queste mie percezioni. Allora non c’era settimana che non si imparasse a memoria una o più poesie e ciò contribuiva a formare in me un’identità ben precisa. Dovevo imparare la poesia in fretta, dovevo guadagnare tempo da riservare ai giochi, alla libertà e rapidissimo era l’apprendimento; ma quello che poteva sembrare come solo un compito da svolgere lasciava il segno perché i versi non mi abbandonavano più e si affacciavano di continuo nelle ore e nei giorni a venire, come una sorta di ruminazione, un tarlo che tormentava la mente ed il sentimento. Al liceo, in seguito, il tutto trovò coronamento. La vita, poi, ti porta lontano, ma solo in apparenza. Il concetto di lontano è relativo al vicino e imprescindibile da esso. La poesia non mi è mai stata lontana, anzi, neanche quando dovevo affrontare con estrema razionalità i fatti della vita, anche quando mi dimenticavo di essa, lei c’era.

Il confronto con il reale porta con sé traumi profondi e nonostante si cerchi la soluzione al contingente con la grinta della logica e non si ammetta o accetti nulla al di fuori di essa, ecco che il limite della ragione rappresenta anche la svolta per superare l’insuperabile e, di fronte al male, alla sofferenza e alla morte, fenomeni della sfera personale e anche collettiva, la poesia riaffiora per “vestire” di nuovo le sensazioni che possono essere solamente vissute e che lasciano l’uomo impreparato nel trovare il modo per rappresentarle: così è stato per me. Solo in età matura ho iniziato, dapprima a raccogliere i frammenti sparsi dei miei scritti composti nelle occasioni più disparate, poi ho trovato una mia strada nella ricerca di un linguaggio che fosse chiaro, significativo e lirico, quella poetica che Carlo Fini ha defnito“la complessa semplicità della poesia di Evaristo Seghetta Andreoli”. Nell’anno 2015 raccolsi in una nuova silloge Morfologia del dolore – Interlinea Editore – Novara, quarantacinque componimenti, il cui titolo è latore dell’argomento di fondo quel dolore intrinseco di cui si cerca la morfe, la forma…Io sono le mie parole,/sono la traduzione puntuale/del dolore ancestrale,/epifania affissa/alla porta dell’esistenza/e l’inchiostro a delinearne/lo spazio, fra titolo/e prezzo…
Nello stesso anno, detti alle stampe Inquietudine da imperfezione Passigli Editori – Bagno a Ripoli, libro dal contenuto variegato in fatto di sentimenti e di confronto con ciò che appare, ovvero con la fenomenologia. Travolto dagli aspetti di fondo della nostra esistenza faccio fatica a prendere posizione tra le fragili convinzioni che sono alla base del mio “io”. Annaspo tra staticità e divenire, tra il finito e l’infinito, tra il casuale e il causale. Ho il terrore dell’inganno, dell’apparenza, retaggio platonico, continuo è lo scavo nel pensiero alla ricerca del reale, seguendo anche quanto ho tratto dalle letture dei Dialoghi Socratici e delle opere di Luigi Pirandello. Sui quesiti fondamentali, come è ovvio, non so darmi risposte e mi limito a congetture anche puerili, tanto per tacitare la domanda che eternamente si pone: da dove veniamo? Chi siamo? Dove finiremo dopo la morte?. Il “quia” dantesco mi è perennemente da monito. D’altro canto, se il mio strumento espressivo è la poesia, essa non può dare risposte, ma forse può aiutarmi a superare i limiti della ragione offrendomi il ponte che mi permette di oltrepassare questi limiti …un ponte ho creato stanotte/ e raggiunge le stelle… Ponte notturno da I semi del poeta. Il mio rapporto con il Tempo è devastante…ma eterno è il tempo/ e come tale,/ non può nascere,/né può morire./ Nella sua staticità totale,/ annulla il divenire… da Inquietudine da imperfezione – Ma eterno è il tempo. Quando ci si trova di fronte al Tempo, concetto fondamentale nei miei temi, rimango atterrito in quanto esso sfugge alla comprensione: il Tempo ci contiene o forse noi conteniamo lui. I miei dubbi e gli interrogativi conseguenziali come la linearità o la circolarità del tempo, con tutto ciò che ne deriva, con le ipotesi sull’eterna palingenesi del tutto, mi destabilizzano. La fine, il buio, la morte, il “buco nero” in cui finisce la res extensa per ricomparire compattata in una dimensione minuscola, ma dall’energia incommensurabile, sono le mie Colonne d’Ercole e seguace di Ulisse, le oltrepasserò. La mia poesia è nel tempo ed è legata al ricordo, ma a un ricordo pulsante, presente, sedimentato nei globuli sanguigni che circolano con la stessa intensità giovanile in un corpo che sta attraversando il tempo stesso, un tutt’uno nella “…staticità e nel divenire…”. Altro elemento che incide al pari del tempo sui temi che tratto è la Natura. Avrei dovuto usate il sostantivo Spazio, per una sorta di rispetto per la filosofia, ma il concetto di Natura, sebbene più restrittivo, si addice meglio ai miei versi. La Natura è tutto o quasi per me. Nei miei libri essa è l’argomento preminente e non posso prescindere da essa. Credo poi che in Paradigma di esse Passigli Editori- Bagno a Ripoli 2017, io abbia attribuito ad essa il cuore stesso del libro. Scrive Franco Manescalchi nella sua nota alla raccolta appena menzionata, riferendosi a me, dopo aver citato il poeta americano Henry David Thoreau e San Bernardino da Chiaravalle, “… E partecipa alla danza del bosco anche se scrive – Chi sia il giardiniere/ non l’ho mai saputo…sono io parte del tutto, mai come adesso…/ Deus sive Natura. E lui si rivela”. Ancora un altro tema basilare dopo Tempo e Natura è quello dell’esistenza.

Senza analizzare ulteriormente tale concetto riporto la poesia Esse, infinito del verbo latino: Fammi sognare, ti prego,/fammi sentire che essere/non è poi così difficile,/che sta qui, nel cuore, questo tamburo/che accompagna la sacerdotessa di Cibele,e la nostra non è ordinaria processione/di ebbre baccanti assetate del miele dei sensi./Dammi memoria, per sentire ancora/il profumo della prima sigaretta,/in quella cantina di gatti e di fumo,/tra i ritagli di una terzina/di questa commedia incipiente/e il rito d’amore consumato/al primo tepore dell’esistenza. Abbiamo così posto l’accento sui punti chiave del mio scrivere: il Ricordo, l’Essere, il Dolore, il Tempo e la Natura. Il tutto nell’insieme di questo crogiuolo immenso che compone il divenire nella sua staticità di fondo. Una sorta di ossimoro, ma come potrebbe non esserlo. Viviamo personalmente la metamorfosi del nostro corpo e quella della natura nel suo complesso e qui mi affido a Lucrezio, ad Ovidio e a Kafka non senza passare per Spinoza ed Eraclito. Non ho avuto poeti maestri nel senso che il mio lavoro mi assorbiva completamente e non lo potevo dedicare a relazioni e frequentazioni culturali, al di là di qualche consiglio elargitomi con affetto da poeti in via frammentaria e discontinua per citarne alcuni: P.Fazzi, F.Manescalchi, G.Panella, S.Albisani, A.Bigagli, G. Neri, e critici letterari F.Caprilli, C.Mezzasalma e C. Fini; quindi che io sia un autodidatta è palese. Comunque, tra le varie recensioni e note di critici letterari, riporto di seguito uno stralcio della relazione di Mariangela Colella, da essa esposta alla presentazione di Paradigma di Esse alla conferenza presso il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi, nel novembre scorso , che credo condensi appieno i concetti suesposti: “…Spesso è proprio il mondo classico ad irrompere improvvisamente tra i suoi flutti letterari, confermando ancora una volta la sua cifra personale, una sorta di imprinting, la capacità di collegare classicità a quotidianità. La sensazione, poi, che con Evaristo Seghetta Andreoli il Mito potrebbe entrare prepotentemente anche in una cucina senza cedere o perdere niente del suo fascino. Mi ha incantata da subito la sua abilità nel dipingere frammenti di vita normali con un pennello magico, che li trasforma in dettagli preziosi. Mi è sempre piaciuto molto il suo modo di procedere catturando lampi dal mondo classico per immetterli nella nostra vita di tutti i giorni…”.
Non appartengo a scuole, gruppi, correnti, sono un cane sciolto o meglio un mezzadro della poesia e di mezzadria un po’ me ne intendo, essendo tutti i miei nonni agricoltori ed è noto, i geni si tramandano. Ho sempre inseguito i modelli che nelle arti sentivo profondamente vicini. Nella pittura: Piero, Caravaggio, Vermeer; nella musica Mozart, Verdi, Puccini; nella letteratura: Manzoni, Yourcenar, Flaubert, Man; nella poesia ne avrei un’ infinità, per seguire il metro adottato, Orazio, Dante e Petrarca tra gli antichi e Baudelaire, Montale e Cappello, sì proprio Pierluigi Cappello, tra i moderni, oltre alla Dickinson, alla Pozzi e alla Szymborska tra le poetesse. Non posso comunque non citare Leopardi, Pascoli, Masters, Neruda, Luzi, Caproni, Kavafis, Sereni, Pasolini, Raboni.
Mi ritrovo, per la prima volta, in questa mia età nell’impossibilità di chiudere un bilancio che denoti voci certe, tanto per usare una terminologia che ha segnato molti anni del mio lavoro, e spero di sintetizzare il tutto con i versi dell’ultimo testo che compare nella raccolta “ Inquietudine da imperfezione”:
ALFA ED OMEGA
È sfilata via anche questa notte/ con l’effetto clessidra,/nello scorrere dei granelli/giù verso il basso,/lento come l’acqua del fosso,/dove la collina spiana,/dove si rispecchia la luna./Eccomi qui, aggrappato/al vetro opaco di questa bottiglia,/spazio finito, lume di candela,/che imperterrito anela/a oltrepassare la sfera/del tempo,/sospeso tra/alfa ed omega./Intanto, la notte/al giorno lega l’Io,/inquieto e imperfetto,/che magnifico/annega.
Evaristo Seghetta Andreoli Montegabbione 22/2/2018