i semi del poeta

I semi del Poeta

Incontro con Evaristo Seghetta Andreoli

6 maggio 2017  Circolo Fanin Salone Ariano (Figline e Incisa Valdarno)

Mi sono avvicinata alla poesia di Evaristo Seghetta Andreoli in maniera rocambolesca, i suoi scritti sono stati portati da un vento del Nord in una mattina di ottobre, quando ho avuto il privilegio di ricevere Il volume Morfologia del Dolore, che rappresenta la sua terza raccolta di poesie. Leggendo le 45 liriche che la compongono ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un “puro” canto lirico, voce del poeta e dell’uomo, in cui i versi brevi sembrano sillabare e ritmare il dolore, di cui si cerca “la morfè” ossia la forma, la struttura, la natura.
Queste liriche indubbiamente rivelano una maturità poetica, la maturità non va però intesa come punto di arrivo, la poesia in quanto voce dell’anima è un movimento continuo, un divenire che prende forma dalle vibrazioni del cuore e si trasforma nel tempo. Pensare “ad una fine” sarebbe riduttivo, sarebbe come dire che l’anima all’improvviso ha smesso di vibrare, ha smesso di avere sensazioni, di avere emozioni.
Leggendo Morfologia del dolore qualcosa mi ha spinto a cercare di conoscere quale fosse stato il punto di partenza “quel la” che avesse fatto sì che Evaristo, iniziasse a comporre versi.
Ecco perchè quest’oggi partirò dalla prima raccolta di poesie “I semi del poeta” uscita nel 2013 per edizioni Polistampa, con prefazione della poetessa Patrizia Fazzi, una nota di Carlo Fini e postfazione di Franco Manescalchi.
In essa sono contenute le poesie scritte nell’arco di una vita, tracce di parole vergate sui quaderni, sui diari, sui libri di diritto, riflessi di un’anima che sentiva dentro di sé germogliare un seme, il seme della poesia. Tracce di vita che sarebbero rimaste “racchiuse fra la pagine chiare e le pagine scure” se, come spesso accade, un caso fortuito non avesse fatto sì che questi scritti fossero scoperti e letti da altri. Si scopre così che Evaristo Seghetta Andreoli, stimato direttore di banca, ma anche calciatore, ottimo tennista, intrepido ciclista e runner, scrive poesie e la raccolta I semi del poeta, ne è prova tangibile.
Nei 72 componimenti che compongono la raccolta si leggono valori, antichi, semplici, che brillano della loro purezza, sono liriche “giovani” attraverso le quali il poeta cerca una propria dimensione ed un proprio ruolo, ma non per questo meno intense e meno efficaci, in esse ci si può specchiare ritrovando la parte vera, umile, quotidiana che è in ognuno di noi. Vi sono reminiscenze classiche, richiami a Leopardi, Pascoli, Carducci, ma è inevitabile per chi scrive poesie soprattutto nei primi componimenti.
La divisione in 7 sezioni, I)Briciole e versi, II) Il tempio dei Lari,III) Frammenti del tutto,IV) La luna e il Piacere V) Anima etrusca,VI) L’Illusione e l’Idea,VII) Il seme di vite. rappresenta quasi un filo di Arianna che viene dato al lettore per “orientarsi e non perdersi” nel labirinto di emozioni, di visioni, di sentimenti che sono il mondo di Evaristo.
In briciole e versi, la prima sezione, i componimenti prendono spunto dall’osservare come ci suggerisce lo stesso poeta nella lirica omonima

OSSERVARE

Non so più parlare
nè camminare
nè lavorare
so solo osservare,
sì, solamente osservare
il profilo delle colline
di sera
al chiarore lunare.
Lì trovo tutto,
lì trovo me stesso
e le stelle lontane
oltre le querce
oltre le ultime luci
dei borghi montani
sopra i fiori racchiusi
al buio profondo
al soffio del vento
che geloso
attende l’aurora
e si quieta leggero
tra le labbra del cielo
fugace bagliore
carezza del cuore,
solamente osservare.

…non so più parlare/né camminare/né lavorare,/so solo osservare…dice il poeta. E’ questo il punto di partenza, si osserva e si ascolta, e seguendo il ritmo del ricordo si richiama gli antichi affetti che nella seconda sezione Il tempio dei Lari trovano la loro giusta collocazione. I componimenti dedicati al padre, alla madre, al nonno, al fratello e alla nipotina Lucia vista come Venere fra gli amorini, sono un corollario di solidi valori di cui farsi scudo per proseguire Il cammino e il suo osservare e il suo sentire lo portano a contatto con la natura che viene descritta nella III sezione I frammenti del tutto che inizia proprio con una citazione di Lucrezio dal primo libro del De rerum Natura.
Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas,
alma Venus, caeli subter labentia signa
Madre degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dei, Venere datrice di vita sotto gli astri vaganti del cielo.
Un cammino attraverso la natura vista attraverso piccoli frammenti, di quel tutto che è natura, poesie dai titoli significativi Mietitura, Sono il cipresso, Nuvole, Ottobre, Pioggia, che ci portano a scoprire ed ad identificare il sentimento per eccellenza, quello cioè da cui nasce il tutto: il sentimento d’amore.
Così nella quarta sezione La luna e il Piacere, l’amore diviene un sentimento che può essere colto solo da animi nobili come si precisa nella lirica Il vento del Nord,

IL VENTO DEL NORD

Questo amore che profuma di ginestra e gelsomino, non verrà mai captato da loro: naso chiuso e cuore duro.

Lo coglieremo solo noi,
alle prime luci del mattino,
splenderà come oro:
profumerà di futuro.
Ma occorre far presto amore mio
perché il vento del nord è in agguato,
porterà con sé il freddo e l’oblio
ed il nostro profilo felice
verrà cancellato.

Amore è sì felicità ma spesso dolore come nella lirica All’ amore perso.
Ed è proprio il sentimento del dolore che ci guida in Anima etrusca, la quinta sezione, dove le liriche sono incentrate sulla ricerca della propria anima, della natura di quell’io che sembra essersi rotto, che sembra essere solo occhi che guardano lontano,/guardano il mondo in modo strano/il modo direi solo mio…

QUESTO SONO IO

Questo cervello insano
dove risuona incessante
la musica dei ricordi,
dei rimorsi radici,
testardo e fragile,
di sensibile anomala comprensione,
che spinge il corpo per salite immani
nella speranza dell’autopunizione,
che porta a leggere e scrivere poesie.
Questa persona
che mi ritrovo sempre davanti
e mi delude e mi esalta
urla, canta e piange.
Questi occhi che guardano lontano,
guardano il mondo in un modo strano
in modo direi del tutto mio.
Questa testa che stringo forte tra le mani: tra esse stringo di me stesso l’involucro, ma lo spirito non si può
toccare mi limito così a immaginare
di che colore sia il mio “io”.
Questo sono io.

Nella poesia appena letta c’è un verso questa testa che stringo forte tra le mani:/tra esse stringo di me stesso l’involucro…vorrei che poneste attenzione a questa immagine dell’io come un involucro un elemento che ritornerà spesso nei componimenti delle raccolte successive.
Si è giunti, quindi, ad una dimensione filosofica del pensiero e del comporre poesia, la sesta sezione L’illusione e l’idea racchiude testi che vedono il poeta riflettere fra la verità e l’illusione come si legge nella poesia dedicata al filosofo Platone “L‘illusione e l’idea” per cui l’illusione è effimera,accecante,fisica effusione,tutto scorre/in un giorno,in un minuto/tutto cambia…L’idea invece è immutabile e libera,…attraverso le ombre e la notte passa.
L’idea quindi è qualcosa che resta.
Ma quale è quella idea che rimane? Quale idea appartiene al poeta?
Mi sono posta questa domanda leggendo la settima ed ultima sezione Il seme di vite ed ho trovato risposta proprio nel componimento omonimo.

I SEMI DEL POETA

Seguo la traccia che Qualcuno
ha lasciato per me,
ineluttabile richiamo
di primordiali accenti.
Ho la sciocca legittima pretesa
di occupare microscopico spazio,
pedina insignificante
nella scacchiera della
sconfinata Poesia.
Seguo il solco profondo,
ferita aperta da fatale aratro,
spargendo semi di sogno e poesia
tra zolle ineguali e fertile fango:
di lirici fiori
indefinito il campo.

Il poeta si fa una domanda… Ho seminato male? E’ un chiedersi se quei semi abbiano generato una qualche forma di vita, Ho sparso semi di sogni incantati nel giardino profondo dell’io, ascoltate la musicalità di questo verso …nell’animo del poeta è nato qualcosa un tralcio di vite, un movimento strano che porta ad un’inquietudine, ma un’inquietudine che è però perfetta perché genera Poesia.
La risposta è già trovata: Evaristo continuerà a scrivere ad indagare la sua Inquietudine da imperfezione, a cercare La Morfologia del dolore, del suo dolore, del nostro dolore.
Vorrei chiudere il mio intervento con una frase ripresa dall’articolo uscito su Feeria, articolo che Carmelo Mezzasalma della Comunità di San Leolino ha scritto recensendo Inquietudine da imperfezione, ricordo inoltre che Evaristo Seghetta Andreoli sarà ospite della Comunità di San Leolino il giorno 11 giugno 2017.

In realtà, quando si fa della buona poesia, la personalità insopprimibile del poeta si apre, forse inconsapevolmente, al vissuto collettivo e ne incrocia quel suolo umano che tutti ci comprende e a cui è impossibile sfuggire. La poesia, in effetti, non è mai una torre d’avorio o un comodo rifugio di narcisismo, sia pure alto e spirituale, da cui guardare lo spettacolo del mondo che si consuma nell’ansia e nel degrado soprattutto dell’umano. È piuttosto voce di verità …
La poesia quindi è Verità.
Carla Battistini